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Coda di rospo su crema di patate profumata allo zenzero

La rana pescatrice, nota anche come coda di rospo o semplicemente come pescatrice, è un pesce pregiato, senza squame e dalle carni magre, bianche e prive di lische. La parte direttamente commestibile è quella posteriore, ovvero la coda, ma di questo pesce non si butta via quasi niente: la testa viene adoperata per preparare un brodo saporitissimo, il fegato si utilizza per altri piatti prelibati. Di certo non si può pensare di farlo candidare ad un concorso di bellezza: è un pesce proprio brutto da vedere, con la sua testa piatta e la sua bocca enorme. È estremamente vorace, vive e caccia nei fondali, ben nascosto e in paziente attesa delle prede, che ingoia repentinamente. Opinione diffusa, anche se non documentata, è che attiri le sue prede con il movimento del primo raggio spinoso posto sopra la bocca, da cui pende una membrana che farebbe da esca; insomma, come se avesse una canna da pesca. Da qui l'appellativo di pescatrice.  
Buone sia in padella che al forno, le sue carni magre e tenere necessitano di una cottura breve per esaltarne al massimo il gusto e le qualità. Vengono spesso accostate ai sapori mediterranei come olive, capperi, pomodorini, ma gli abbinamenti da sperimentare sono abbastanza vari.
In questa ricetta la pescatrice viene preparata in padella ed è abbinata alle patate. Qui nella marinatura del pesce ho usato succo di limone, che può essere sostituito o integrato con succo d'arancia, secondo la stagionalità. Nella crema di patate si avverte il sentore leggermente pungente e agrumato dello zenzero. Il risultato è un piatto molto delicato che può essere servito come secondo, ma anche come primo piatto o piatto unico o ancora, in piccole quantità monoporzione, può diventare un appetizer da proporre anche a buffet.
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Pasticcini alle mandorle

Questi pasticcini alle mandorle morbidi e facilissimi sono una rinomata specialità della pasticceria siciliana. Profumati e golosi nella loro semplicità, possono essere preparati in casa con ottimi risultati, seguendo alcuni accorgimenti.
In primo luogo, come sempre, c'è la buona qualità della materia prima utilizzata. Qui ho usato una buona farina di mandorle già pronta che ho miscelato con zucchero a velo; in alternativa è possibile frullare le mandorle spellate (meglio se preventivamente tostate) insieme allo zucchero (quest'ultimo assorbe l'olio che fuoriesce dalle mandorle ed evita che si riducano in poltiglia), adoperando zucchero semolato e avendo cura di azionare il mixer ad intervalli brevi. 
Piccolo segreto: la presenza del miele, che raffreddandosi non cristallizza come invece avviene per lo zucchero e che perciò rende i pasticcini più morbidi. 
Un'altra componente importante è poi la pasta d'arancia, che si ottiene frullando delle semplici scorzette d'arancia candite; serve per apportare quell'aroma particolarissimo, tipico dei pasticcini alle mandorle siciliani, ma se proprio non amate i canditi, in alternativa, potete aggiungere all'impasto la buccia grattugiata di una piccola arancia non trattata.
Bisogna poi tener presente che la quantità di albume da utilizzare è estremamente variabile: molto dipende da quanto è acquoso l'albume delle uova che si hanno a disposizione, perciò è meglio aggiungerlo un po' per volta, mescolando man mano, fino ad ottenere la giusta densità del composto.
Concludo dicendo che nella pasta di mandorle molti usano mettere mandorle e zucchero in pari quantità, ma io la preferisco meno dolce. Potete eventualmente aumentare la quantità di zucchero indicata in questa ricetta, secondo i vostri gusti.
Inoltre, se non potete o non volete usare il sac à poche, con questo impasto è possibile formare dei pasticcini di forma tonda e schiacciata usando le mani, dopo averle inumidite con un po' d'acqua.
E ora... gradite un pasticcino?

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